Il principio meritocratico per l’accesso alla Pubblica Amministrazione è stabilito dall’articolo 97 della Costituzione. Quanto questo principio sia, oggi come ieri, applicato è un altro discorso. Su questo punto l’attuazione della nostra Costituzione lascia molto a desiderare. In alcuni concorsi pubblici recentemente si è cercato di dare una parvenza di serietà, con test selettivi nei quali a chi corregge il test o l’elaborato non è dato modo di conoscere il nome dell’autore. Così avvenne due anni fa ai concorsi per la Camera dei Deputati dove, attraverso l’uso di metal detector, non era nemmeno possibile introdurre alcuno strumento elettronico e le domande venivano selezionate da un programma in maniera casuale al momento stesso della prova. Una realtà più unica che rara, che certamente non sempre si può riscontrare in questa tipologia di concorsi, ma che comunque denota una certa inversione di rotta rispetto agli anni precedenti.
Dove invece non si è intervenuto in alcun modo è l’Università. Qui i concorsi per il dottorato di ricerca e per i posti da ricercatore non sono in alcun modo trasparenti. Nei primi giorni dello scorso settembre sono emerse enormi irregolarità per l’esame di ammissione nelle Facoltà di Medicina. I soliti “amici degli amici”, i soliti “figli di papà”, i soliti “pagare è giusto, lo fanno tutti”. Subito l’opposizione si scagliò contro il ministro Mussi quasi fosse responsabile di una situazione secolare in cui versa non solo l’Università ma l’Italia intera. Quello che emerse a settembre fu solo la punta di un immenso iceberg, tutt’oggi sommerso. Se un giovane vuole iniziare la carriera universitaria attraverso i dottorati di ricerca deve cercarsi un professore sponsor e deve sperare che questo finisca nella commissione esaminatrice. Se lo sponsor è anche esaminatore la probabilità di poter accedere alla borsa è molto concreta, se lo sponsor non è un esaminatore si può sperare di ottenere il dottorato ma senza borsa, cioè lavorare gratis per 3 anni. Senza sponsor non c’è alcuna possibilità. Situazione simile vale anche per il concorso per ricercatore universitario. La conseguenza? Oltre a possibili fenomeni di corruzione, il risultato sarà solo uno: non vanno avanti i migliori ma solo i protetti e i raccomandati. Tutto ciò è possibile a causa di un sistema che lo permette: ogni esaminatore è in grado di conoscere il nome dell’autore di una prova scritta e può quindi “valutare” di conseguenza.
Anni fa, frequentando il corso di statistica all’Università, il giovane professor Lagona, titolare della cattedra e già ricercatore e docente negli Stati Uniti, stabilì un criterio di procedura delle prove scritte dell’esame che mi colpì in maniera particolare. All’inizio della prima delle tre prove, il professore, verificata l’identità di ogni studente, consentiva a ciascuno di estrarre un numero (certificato con un timbro) da un bussolotto. Ogni studente era tenuto ad inserire il proprio numero sul modulo per lo svolgimento della prova. Una volta corrette le prove, ad ogni numero veniva collegato un voto. Non solo veniva garantita la privacy degli studenti, ma il professore stesso non conosceva il nome dell’autore del test. Per verbalizzare il voto, era sufficiente presentare il numero certificato estratto all’inizio della prima prova. Eccessivo, direte. Certamente eccessivo per un semplice esame universitario. Ma, come lo stesso professore mi spiegò, questa è una metodologia usuale negli USA. Come mai, da noi, non si utilizza lo stesso metodo per questioni molto più serie come i concorsi per i dottorati e per la ricerca? Nessuno denuncia, nessuno si ribella. Sembra un problema così difficile da risolvere quando in realtà basterebbe una legge che obbligasse a svolgere le prove (anche quelle orali) sostituendo il nome dell’autore con una matricola numerica e centralizzando i concorsi oppure utilizzando commissioni esterne alle singole Università. Ma lo sappiamo, siamo in Italia: qualcuno scenderebbe in piazza per difendere l’autonomia delle Università, cioè la libertà di professori di trasformarsi in baroni.